Il decalogo di Capello
Nei giorni scorsi si è discusso dei nuovi orientamenti “educativi” che Fabio Capello avrebbe imposto alla nazionale di calcio inglese e che sono stati riassunti nello specchietto riportato più in basso (tratto dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 7 febbraio 2008, pag. 18).
Alcune norme del “decalogo” le comprendo e le condivido.

Mangiare allo stesso tavolo o indossare lo stesso tipo di tenuta serve – credo – a rafforzare la coesione e il senso di appartenenza al gruppo-squadra. Anni fa, come racconta lo scrittore anglo-veronese Tim Parks, l’ex-presidente del Verona, Claudio Pastorello, intuì che nel Bari qualcosa non andasse per il verso giusto osservando alcuni dettagli in aeroporto, dopo una sconfitta dei pugliesi:
Pastorello risponde di aver notato fra i giocatori del Bari un paio di comportamenti che gli hanno fatto una brutta impressione. Per esempio, alcuni indossavano la divisa sociale e altri no. Poi il direttore sportivo aveva rimproverato i giocatori per la maleducazione mostrata con gli addetti al check-in. - Ha fatto bene a fargli la ramanzina, ma non davanti a me. In realtà li stava sgridando perché avevano perso la partita.
Come nella conversazione di ieri con Foschi, resto colpito dall’estrema sensibilità per le dinamiche di gruppo di questi uomini, che non hanno mai studiato psicologia. [1]
Altre norme del decalogo di Capello mi risultano incomprensibili, in particolare quella che vieta i soprannomi e quella sull’obbligo di presentarsi alle partite in giacca e cravatta.
NOTE:
(1) PARKS, T., Questa pazza fede, Einaudi, Torino, 2002, pag. 236.
La foto di Fabio Capello è tratta da http://it.wikipedia.it.
Lezioni di tifo

Questo è il tifo che fa bene allo sport: pulito, corretto, entusiasta, genuino.
Questo è un tifo a sostegno della squadra e non autoreferenziale. Quando sugli striscioni del calcio sono scomparse le classiche scritte “Forza Roccacannuccia” per lasciare spazio a “Ultras Roccacannuccia”, “Supporters Roccacannuccia”, “Commando Roccacannuccia” e simili, allora il tifo è diventato un sostegno per se stessi, una pubblicità per il proprio gruppo teppistico, mentre la squadra si è ridotta a corollario. La Palafiom credo che possa essere orgogliosa delle proprie giovani e generose sostenitrici, ricambiando i loro applausi e destinandoli all’impegno profuso per scrivere, colorare, incollare lo striscione immortalato da Luca. E ovviamente per l’ottimo risultato di questo lavoro e per l’affetto dimostrato alle giocatrici. Beh, in mezzo alle giovani tifose, c’è anche una giocatrice, ma questo non cambia la sostanza.
E ritengo che lo stesso valga per la Tempesta, sebbene l’instancabile gruppo del signor Cirillo (fortunata la squadra che gode del suo sostegno e noi ne sappiamo qualcosa) sia stato ripreso durante la pausa caffè.

Parlare male del calcio, ormai, è come sparare sulla Croce Rossa, ma le ultime vicende di cronaca sono rivelatrici di un’ipocrisia più spaventosa ed insultante del previsto.
Morto l’ispettore Filippo Raciti a Catania, si dispone la sospensione delle partite e si chiedono misure esemplari. Sepolto l’ispettore, le stesse società che erano scese in piazza per protestare contro la violenza degli ultras si ribellano e frignano di fronte all’ipotesi di giocare a porte chiuse. Non si è capito se per difendere i propri interessi economici o se per difendere gli ultras o tutte e due le cose. E dopo le partite vittoriose della domenica successiva, i giocatori corrono beati verso le curve per l’abbraccio collettivo ai rispettivi teppisti. Coccolati nei giorni pari, rinnegati in quelli dispari, quando danneggiano, devastano ed uccidono.
Concludo con un articolo di Michele Serra apparso su La Repubblica del 4 febbraio scorso, pag. 28, e dedicato all’anonimo autore delle scritte sui muri che inneggiavano alla morte di Raciti.






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