Compagni di merende

Il trofeo Bin Laden, che somma tutte le sanzioni pecuniarie del girone G, è rimasto – come ricorderete - sub judice in attesa di conoscere l’entità della multa ad una società campana (la competenza passò alla Procura Federale). In cerca del provvedimento che ancora non ho trovato, mi sono imbattuto in un interessante comunicato della Commissione Giudicante Nazionale, il n. 50 del 3 giugno 2009.
Come è noto, la lettura di questi provvedimenti è uno dei miei hobbies principali e sono convinto che presto o tardi i comunicati saranno raccolti in un volume destinato a qualche premio letterario o sociologico. Più sociologico.
Dal comunicato n. 50 CGN apprendo che una tesserata umbra, Monica Zanoni, era stata deferita “per aver scritto per e-mail in modo pubblico giudizi o rilievi lesivi della reputazione dell’immagine e/o della dignità di altre persone e di organismi operanti nell’ambito sportivo”. La Zanoni aveva usato in queste e-mail espressioni come “dove andremo a finire con questo sistema mafioso” e “mi spiace leggere fra i nomi dei compagni di merende il nome di chi pensavo amico”.

Due considerazioni.
La prima è un dubbio: la pubblicazione on-line dei provvedimenti disciplinari quanto giova alle “parti lese” e quanto risulta afflittiva per il tesserato deferito? Indubbiamente non è la creazione della gogna mediatica il motivo per cui i provvedimenti vengono messi in rete; il vero motivo lo ignoro, ma penso che possa essere legato a ragioni di praticità e di immediatezza.
Nel caso concreto, però, si rischia di produrre uno strano effetto. Io che da Taranto non posso conoscere la Zanoni (deferita) e difficilmente avrò mai a che fare con la Federazione umbra (parte lesa), adesso ricorderò quella Federazione per essere stata associata a un sistema mafioso. Un’associazione che è sì costata tre mesi di squalifica a chi l’ha pronunciata, ma intanto questa accusa – attenzione: l’accusa, non il contenuto dell’accusa – per me resterà l’elemento peculiare di quella Federazione.
Allo stesso tempo, non si può neanche escludere che l’immagine pubblica della Zanoni abbia finito per trarre vantaggio dalla pubblicazione della squalifica. Istintivamente io tendo a farmi l’idea di una ragazza cazzuta che non si fa scrupolo di dire quello che pensa e di affrontare a muso duro i vertici della propria Federazione regionale, a cui le e-mail – se ho ben capito – erano pure dirette. D'altronde è la stessa Commissione a riconoscerle l'attenuante di aver agito "nell'interesse del buon andamento della Federazione umbra".

Seconda considerazione, la più interessante. La Commissione Giudicante Nazionale, un po’ come taluni tribunali e in particolare come la Corte di Cassazione, non si limita a disporre sanzioni, ma approfondisce aspetti di costume. Io sono affascinato da quelle sentenze secondo cui, ad esempio, il “vaffanculo” può non essere un’ingiuria in un determinato contesto (liti stradali, consiglio comunale), mentre “non capisci un cazzo” può configurarsi come ingiuria se la frase è pronunciata dal datore di lavoro ad un suo dipendente. C’è tutta una casistica in proposito ed è una casistica in continua evoluzione.
Nel caso specifico della Zanoni, la CGN si sofferma sull’evoluzione di un’espressione linguistica, “compagni di merende”, concludendo che non è da considerarsi offensiva.
Ricorderete che questa espressione è salita alla ribalta della cronaca in occasione del processo al mostro di Firenze. La utilizzò Mario Vanni per qualificare il proprio legame con l’imputato principale (poi assolto) Pietro Pacciani e – se non erro – anche con Giancarlo Lotti.

Compagni di merende. Qualcosa in più rispetto alla mera conoscenza, qualcosa in meno rispetto all’amicizia profonda. Certo, faceva un po’ sorridere questa espressione in bocca ad un terzetto di anziani visto che il rituale della merenda è abitualmente associato all’infanzia. Sta di fatto che da allora l’espressione “compagni di merende” è divenuta sempre più usata e popolare.
Dato l’esordio nel processo relativo ai delitti del più celebre serial-killer d’Italia, “compagni di merende” è stata usata per identificare per lo più gruppi dediti ad azioni illecite o comunque un legame di complicità.
Poi, però, ognuno ne ha fatto l’uso che ha voluto.
Suscitò un certo disagio un mio conoscente che, nel corso di una riunione con alcune autorità, volle evidenziare i buoni rapporti esistenti tra il proprio ed un altro ufficio e per farlo utilizzò proprio questa espressione: “Sì, siamo compagni di merende”… Il suo dirigente rischiò lo svenimento dopo essere sbiancato in volto.
Uno sbiancamento inutile perché adesso anche la Commissione Giudicante Nazionale osserva:
«Quanto invece alla frase “compagni di merende” essendo entrata a far parte del linguaggio comune anche in senso bonario e tipicamente ludico, pur rievocando tristi episodi di cronaca, ci sentiamo di aderire alla interpretazione della Procura che ha concluso per la sua inoffensività».
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