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Caro coach, ti scrivo

di skanderbeg69 (21/11/2007 - 18:24)

“10 anni sono tanti, in proporzione ai miei 24…

Ricordo ancora la bambina di 9 anni che aveva il sogno di diventare una brava ginnasta, che amava la ginnastica artistica forse un po’ per Hilary, il cartone animato che faceva sognare tutte le bambine come me. Andai al Palafiom nella speranza di poter coronare il mio sogno per poter volteggiare nell’aria con palla e nastri, ma la ginnastica era solo per adulti…Così mia cugina mi convinse ad iscrivermi al corso di Pallavolo. E così fu.

Ricordo il primo giorno come se fosse ieri. Il parquet risplendeva e tutte le bambine mi sembravano bravissime e mentre tu parlavi io guardavo loro e non ascoltavo…Ero assorta nei pensieri ed invasa dall’ammirazione nei loro confronti. Ed ecco già il primo rimprovero! Eravamo in 3 nuove arrivate, mia cugina Marialuisa, Silvia ed io e ci facesti mettere con le spalle rivolte al campo perché dovevamo ascoltare quel che avevi da dire. Pensai subito che fossi severo ed io, così timida e silenziosa, un po’ mi spaventai.


    Dopo poco più di un mese mia cugina decise di abbandonare la pallavolo…io ci rimasi per un po’,invece…circa 10 anni!

Ornella, Sabrina, Stefania, Anna erano “le grandi” ed io ero nel gruppo delle “piccole” e quando arrivavano loro per fare allenamento non facevo altro che pensare “chissà se anch’io diventerò brava come loro…”. Poi il minivolley, l’under 14, l’under 16 e la prima partita vinta, dopo vari tentativi, contro l’invincibile Livio Tempesta con invasione di campo del pubblico prima dei 3 fischi finali dell’arbitro ci costarono 500 mila lire di multa. Avevo il numero 11 ed il pubblico diceva “11, UN-DICI UNA PAROLA” …

Ricordo, tra le mille penne rotte, i nostri allenamenti, duri, alle 15.30 del pomeriggio e tutti i sacrifici fatti per non poter mancare, te che passavi a prendermi da casa di mia nonna e mi chiedevi cosa avessi mangiato.

Poi si diventa grandi, si cresce, la squadra cresce, noi ragazze siamo cresciute insieme a te che sei stato un po’ un genitore per noi. Lasciare la squadra per l’università è stata dura almeno quanto lasciare la famiglia per studiare fuori…ma questo non l’hai mai capito, perché tu guardi avanti…

    Sei stato il mio educatore e hai attraversato forse inconsapevolmente, tutti i momenti più brutti ed i più belli della mia vita. Ci conoscevi benissimo, sapevi quando stavamo male e quando al contrario eravamo felici. Si vedeva da come giocavamo. Quante volte mi hai ripetuto di parlare, di sfogarmi, di aprirmi, di spiegare i miei problemi, quel che avevo dentro ma come sempre rimanevo zitta dicendo che non c’era nulla che non andava o che non mi andava di parlare.

Ma tutto quel che avevo dentro veniva fuori comunque, il pallone diventava la mia valvola di sfogo e spesso tutti i miei attacchi che per la squadra erano un privilegio, un orgoglio, in realtà per me erano rabbia e dolore…e tu lo sapevi…

Oggi sono laureata, quasi per la seconda volta, ho un lavoro da gestire ed il tempo è poco, quindi non prendere questa lettera come un voler tornare sui miei passi, come so che anche tu non ami fare…

Anche se oggi ci si incontra per strada e c’è totale indifferenza, anche se dopo 10 anni da titolare avresti voluto tenermi in panchina perché non potevo allenarmi fuori mentre ero all’università per poi giocare il fine settimana nella mia squadra voglio ringraziarti perché sei tu l’artefice, insieme ai miei genitori, di quel che sono oggi.

Se oggi sono caratterialmente così forte e a volte davvero logorroica è solo perché…me l’hai insegnato anche tu…”

 

Marianna Cattolico

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