Ritratti
MARCELLO PRESTA
(Coach)

Nata a Taranto, dove vive, 46 anni fa.
Segno zodiacale:
Toro, ascendente Scorpione.
La risposta precisa induce a ritenere che credi nell’astrologia; alcuni allenatori compongono le squadre in funzione dei segni zodiacali...
No, non è il mio caso. Però conosco i segni delle mie atlete.
Ovviamente sei scaramantico...
Sono molto scaramantico, ma non in questa settimana. In questa settimana noi dobbiamo vincere a Tuglie e conquistare la serie B2. E’ il nostro obiettivo e lo raggiungeremo. Sappiamo che sarà una battaglia, dura, molto dura, ma noi siamo forti, mi fido della mia squadra, e so che nei momenti importanti sappiamo tirare fuori l’anima combattente e vincente.
Il più bel ricordo della tua carriera:
Il prossimo. Non vivo di ricordi. Anche se i play off dell’anno scorso sono stati una bellissima esperienza umana.
Il più amaro:
La prossima sconfitta.
L’allenatore che stimi di più:
Julio.

Ha insegnato la pallavolo a tutti. Lui ha cambiato l’idea stessa del volley, ne ha ampliato gli orizzonti offrendoci nuove possibilità di ragionare. Ha approfondito tutti gli aspetti di questa disciplina, tutti i singoli particolari rendendoli semplici allo stesso tempo. Si pensi agli studi sui fondamentali.
Inoltre ha acquisito dal mondo dello sport americano il valore dello staff, circondandosi delle migliori professionalità in circolazione. E poi è stato vincente, portando la pallavolo italiana ai vertici internazionali, sia quella maschile che quella femminile (sebbene, l’opera sia stata completata da Bonitta).
Ci sono stati altri allenatori che ti hanno insegnato qualcosa?
Sì: Mencarelli, Bonitta, Pierangnoli, Di Pinto e il mio maestro Manlio Bianco. Li seguo e li ascolto tutti; da ognuno cerco di apprendere qualcosa ed ognuno ha lasciato una traccia.
Il giocatore o la giocatrice che ammiri di più:
Sono tanti; sarebbe riduttivo limitarsi ad un nome, anche se ho conosciuto molti atleti ma pochi giocatori. Anche in serie A possiamo trovare atleti ottimi tecnicamente ma pochi giocatori veri, capaci di stare sul parquet senza paura, dotati di grande carisma, di voglia di vincere, con un atteggiamento diverso. Ecco,
Qual è stata la partita più gratificante della tua carriera?
Voglio che sia quella di sabato prossimo contro il Tuglie.
E in questa stagione?
Abbiamo giocato buone partite, a Oria per esempio. Però, a mente fredda, non ho mai visto giocare la squadra che avevo immaginato l’estate scorsa o la squadra che continuo ad avere in mente. E’ sempre mancato qualcosa. Anche se devo dire che ci sono stati sempre dei motivi oggettivi a frenarci, in primo luogo le condizioni di salute delle ragazze. Non le ho mai avute tutte a disposizione, negli allenamenti prima ancora che in partita.
Uno dei motivi per cui mi sto appassionando alla Palafiom è la riscoperta dello sport pulito e il disgusto per lo sport professionistico, il calcio in particolare. Trovi che la pallavolo di serie C sia impermeabile alle degenerazioni dello sport professionistico (doping, violenza, primato degli interessi economici, ricerca del risultato a tutti i costi)? O ci sono motivi di allarme?
Calcio e pallavolo sono mondi molto diversi. Sono diversi a cominciare dai protagonisti: nella pallavolo è richiesto un certo standard culturale e gli atleti ricevono maggiori stimoli che ne condizionano l’attitudine a ragionare. Lo studio delle statistiche è solo un esempio. In questa disciplina non puoi trovare atleti ignoranti.
L’allenatore del Taranto Calcio, Aldo Papagni, a proposito dei calciatori “divi” e riferimenti per tanta gente, si chiede: “Ma l’anima dov’è? Dove sono le radici, le parole, i segni? Dove sono i maestri?”
Ferme restando le prerogative dei genitori (in riferimento soprattutto alle atlete più giovani), tu ti preoccupi anche della crescita personale, morale e culturale in senso ampio delle ragazze che alleni? In sostanza, credi che un allenatore debba essere anche un educatore?
Condivido pienamente l’analisi e le parole di Papagni. In palestra cerco anch’io di proporre modelli con determinate caratteristiche che possano sempre ricordare il sudore e l’umiltà, la voglia di lottare per qualcosa. Un allenatore è sempre un educatore; nella sua stessa indole dovrebbe esserci l’impegno a far crescere i giovani. Forse negli ultimi anni ho puntato troppo sul perfezionamento delle competenze tecniche, trascurando questo aspetto, ma anch’io ci tengo a veder crescere le ragazze che alleno come persone oltre che come atlete, pur senza influenzarle troppo.
Ma non si tratta di condizionarle; si tratta di offrire loro la possibilità di scegliere, di sapere che esistono altre strade oltre a quelle proposte, forse imposte, dai modelli culturali omologanti, superficiali e consumistici che le circondano. Ogni generazione si è confrontata con modelli dominanti e con i relativi rischi di scelte sbagliate, trasgressive o addirittura eversive (pensiamo al ’77). Ma i ragazzi pensavano, sceglievano. Adesso il modello dominante è più subdolo, più strisciante, tende ad annullare la capacità stessa di decidere, di scegliere, di ragionare, di guardare alle cose importanti.
Non è un caso se la nostra società è gerontocratica in tutti i campi, dalla politica all’economia non ci sono giovani in grado di scalzare gli anziani dalle loro poltrone. E non è vero che non gli vengono date le possibilità, a me fa ridere questa teoria, è solo un alibi per mascherare incapacità oggettive di generazioni anestetizzate mentalmente da famiglie troppo protettive e sempre pronte a non far commettere ai figli i loro errori, sempre pronte a cercare di gestire e indirizzare il destino dei propri figli. Anestetizzate da una società che fa del futile un elemento fondante e trainante della vita. Un buon metodo per lasciare queste generazioni nell’oblio dell’ignoranza. Un buon modo per gestirle per sempre.
Vorrei abituare le mie atlete a ragionare con la propria testa, ad assumersi delle responsabilità senza delegarle. E poi noto che manca la disponibilità al sacrificio, alla lotta per conquistare qualcosa. Se non sanno soffrire in campo, se si abbattono facilmente, temo che sarà lo stesso nella vita. E io che propendo per costruire atlete giovani, e il mio passato di vittorie nei settori giovanili, di un’atleta nel Club Italia e in tutte le nazionali giovanili lo testimoniano, dico che non è giusto regalare niente a loro, che anche nello sport il posto in squadra se lo devono conquistare, che se un’atleta anziana è forte, deve andare in campo finchè la giovane non dimostrerà in allenamento e nelle occasioni in campo di meritarsi quel posto. Deve guadagnarselo.
Ti succede di dover consigliare le atlete o di discutere con loro anche rispetto a questioni che attengono alla loro vita privata?
In passato di più, ma mi capita anche adesso. L’allenatore è una figura importante per le atlete, non come i genitori perché il ruolo è diverso, ma proprio per questo può rappresentare un solido punto di riferimento.
Gestire una squadra di ragazze è più difficile a causa di gelosie, pettegolezzi, ostilità e rivalità sommerse, subdole... E’ vero o sono luoghi comuni?
E’ vero. Si pensi a quello che è successo a Bonitta in una nazionale che pure aveva portato al titolo mondiale. Con i giocatori maschi puoi tentare di convincerli, di fare in modo che condividano i tuoi ragionamenti perché loro sono più diretti ed esprimono in modo esplicito il proprio eventuale dissenso. Con le ragazze devi importi perché tendono a creare dei clan sommersi (ma lo scopri sempre dopo, mai durante...).
Non mi sembra che per gli allenatori sia frequente il passaggio da squadre maschili a squadre femminili e viceversa. Eppure è lo stesso sport; come mai si tende a specializzarsi?
Ci sono passaggi dal maschile al femminile, ma non viceversa, salvo rare eccezioni. Ma le cose stanno cambiando anche da questo punto di vista: la preparazione tecnico-tattica delle squadre femminili tende a raggiungere gli alti livelli del settore maschile.
Non hai mai avuto il desiderio di allenare squadre maschili?
E’ indifferente. Non mi pongo il problema.
Se fossi parlamentare, quali leggi proporresti in materia di sport?
Prima ancora delle leggi, bisognerebbe cambiare la cultura dello sport, che in Italia è a livelli molto bassi. Bisognerebbe cambiare il “sistema dello sport”, a partire dalla scuola, che è arretrata, senza strutture, incapace di incidere sulle attività di base e su quelle agonistiche. L’esperienza dei progetti nelle scuole è risultata un fallimento.
E soltanto dopo si potrebbe pensare alle leggi sugli investimenti nell’impiantistica, sugli sgravi fiscali, sulle sponsorizzazioni. Un tempo si poteva giocare per strada, adesso non più; servono più strutture, più spazi per lo sport. Purtroppo, soprattutto al Sud, ci si abbandona alla buona volontà dei singoli. Come Bongiovanni. Se andasse via lui, finirebbe il volley di serie A a Taranto. E poi servono sgravi fiscali: le società sportive non possono pagare tasse come se fossero imprese.
E il 5 per mille alle società dilettantistiche?
E’ una fesseria; servono ben altre strategie fiscali.
E se invece fossi un amministratore locale con delega allo sport, quali sarebbero le tue priorità?
Prima di tutto procederei ad un monitoraggio serio sulle associazioni sportive (chi sono e cosa fanno realmente) e sullo stato degli impianti, che a Taranto esistono ma sono in uno stato di grave trascuratezza. Il monitoraggio, peraltro, è a costo zero perché rientrerebbe tra le competenze dei funzionari degli enti locali. Poi si passerebbe alla fase dei progetti rivolti alle associazioni, ma con regole precise, con un controllo serio e tenendo conto dei meriti di ogni associazione, evitando contributi a pioggia fuori controllo. Bisogna dotarsi di una politica sportiva che dedichi le giuste attenzioni sia ai livelli di eccellenza che alle attività di base.
Ma è giusto che gli enti locali offrano cospicui contributi ai professionisti e lascino le briciole alle società minori?
E’ giusto che le grandi società ricevano contributi perché svolgono una funzione trainante per tutto lo sport territoriale. Però sta agli enti locali vincolare questi contributi alla realizzazione di progetti che coinvolgano anche le società minori. In sostanza, contributi in cambio di opportunità e non in cambio di favori.
Qual è, a tuo avviso, lo stato di salute della pallavolo tarantina?
Pessimo. E’ mancata la capacità di valorizzare il grande traino rappresentato dalla Prisma in serie A1. Però c’è anche un problema generale di mentalità dei ragazzi, quello di cui abbiamo già parlato. Se nei giovani manca la disponibilità al sacrificio (ed ogni disciplina implica rinunce, impegno, dedizione), difficilmente tenderanno ad avvicinarsi allo sport in modo serio e continuativo. E poi – nel caso specifico della pallavolo - c’è anche un problema di statura: non vedo in giro molte ragazze alte...
La Prisma
Vedere gli allenamenti di una squadra di serie A1 è sempre un’ispirazione ed un’opportunità per capire qualcosa di nuovo della pallavolo. Con Vincenzo, con tutto il suo staff a partire da Michele Totire, c’è un confronto ed un dialogo quasi quotidiano e certamente lui rappresenta un modello sia per gli allenamenti che per il perfezionamento della tecnica. E’ chiaro, quindi, che finisce con il condizionare anche il mio modo di allenare (con i dovuti adattamenti alla esigenze della mia squadra).
Attualmente mi sembra che i genitori delle atlete non interferiscano con il tuo lavoro ed anzi sostengano costruttivamente la squadra e la società. Ma in passato hai mai avuto problemi con i genitori di alcune ragazze o contestazioni perché magari qualcuna non giocava abbastanza o per una sgridata troppo dura?
Sì, succede. In questi casi è meglio essere chiari dall’inizio: o si adeguano alle regole societarie e alle regole, in generale, dello sport oppure vanno via.
Qual è stata la più brutta reazione di un’atleta ad una tua decisione tecnica?
Non parlerei di “brutte” reazioni. Quando un’atleta mi dice in faccia quello che pensa, qualunque cosa sia, a me fa piacere. E’ un segno di reattività, di grinta. Non posso dimenticare la reazione che ebbe nei miei confronti la mitica Ale Passaro l’anno scorso a Manfredonia. Ancora oggi rido per come ci rimasi di sasso. Grande Ale, peccato veramente che quest’anno non sia con noi.
In una squadra di pallavolo ci possono essere giocatrici molto esperte e giocatrici adolescenti, evidentemente con esigenze individuali molto diverse. Si dice che un allenatore dei giovani debba “seminare” ed un allenatore di adulti debba “raccogliere”. La preparazione, la motivazione, persino la gestione dei malanni fisici, tutto il lavoro va impostato in modo diverso.
Non sono d’accordo sull’incompatibilità tra “semina” e “raccolto”, né credo che conti molto l’età da questo punto di vista. Quello che conta è la voglia di crescere, l’impegno, i valori, e soprattutto quanto sei forte e bravo. Anche le più grandi possono aver bisogno ancora di un consiglio, possono migliorarsi ulteriormente. Riguardo alle più giovani, faccio la scelta di separarle dalle più esperte perché devono impegnarsi a conquistare i propri spazi imparando non tanto da chi è più “anziana” ma da chi è più forte e più motivata.

Oltre alla bravura delle singole giocatrici, quali caratteristiche dovrebbe possedere una squadra vincente?
L’equilibrio. La squadra dev’essere una giusta miscela di risorse: non serve disporre di attaccanti forti e di una difesa debole. Una squadra vincente si basa sull’equilibrio tecnico-tattico. E ovviamente su ricezione e cambio-palla ottimi.
L’allenatore NBA Phil Jackson (autore di Basket e Zen) sostiene che i giocatori “devono essere in grado di decidere da soli cosa fare. Questo non potrà mai succedere se si ostinano a cercare i miei consigli dalla panchina. Voglio che si stacchino da me per connettersi con i compagni e con la partita”.
Tu non ti siedi in panchina neanche per un secondo (con una sola eccezione quest’anno...); cosa vuol dire?
Solo se avessi giocatrici, e non atlete, potrei starmene in silenzio durante la partita e limitarmi a preparare la squadra in allenamento. Mi piacerebbe, ma questo potrebbe avvenire se la squadra fosse in grado di leggere da sola la partita, le situazioni, il gioco delle avversarie, e fosse poi in grado di dare la giusta svolta alla gara, ma il ruolo di guida e di consigliere dell’allenatore rimane fondamentale.
Comunque, preciso che sto in piedi perché il regolamento lo permette e posso “sentire” meglio la mia squadra e giocare con loro anche e riesco a guardare meglio la partita e soprattutto il gioco delle avversarie.
Riesci a intuire l’atteggiamento che avranno le giocatrici in partita in base all’atteggiamento assunto negli allenamenti settimanali o magari anche nel riscaldamento pre-partita?
In base al riscaldamento pre-partita, sì. L’allenamento può offrirmi indicazioni utili, ma il giorno della partita è tutta un’altra cosa.
Toh, ero convinto che fosse il contrario, che il riscaldamento pre-partita fosse una specie di rituale meramente formale...
Tu a Corsano sei arrivato tardi, ma lì ho dovuto addirittura interrompere il riscaldamento e richiamare le ragazze perché erano deconcentrate. La partita è figlia dell’allenamento dal punto di vista tecnico-tattico, ma sul piano dell’atteggiamento mentale e agonistico conta di più il riscaldamento.

Ruolo per ruolo, le giocatrici avversarie che ti hanno più impressionato quest’anno (escludendo le ragazze della Palafiom). Facciamo il sestetto ideale:
Valeria Spano (Tuglie) come palleggiatrice, Cinzia Tomaselli (Oria) come opposto, Rosa Giotta (Putignano) e Katia De Nicola (San Pietro Vernotico) come centrali, Loredana Corvino (San Pietro Vernotico) e Katia Accogli (Corsano) come posti quattro. Come libero ho visto poche giocatrici in grado di interpretare bene questo ruolo; meglio giocare senza.
La squadra più sorprendente:
Nessuna.
La squadra che ti ha più deluso:
L’Ugento, che sta giocando molto bene soltanto adesso. Secondo me, aveva un potenziale da play-off. Anche il Putignano, sebbene appagato dall’obiettivo della salvezza, avrebbe potuto avere altre ambizioni.
Quanto sono state proficue le sinergie con
Credo che sia meglio non attivare sinergie con squadre che giocano nello stesso campionato, a maggior ragione se sono della stessa città.
Cosa ti piace della Palafiom di quest’anno?
La capacità di superare con le vittorie anche momenti negativi. Tra dicembre e febbraio abbiamo attraversato una fase molto difficile con tante giocatrici infortunate. Pensiamo alla trasferta di Putignano per la quale c’erano difficoltà a comporre il sestetto. Lì abbiamo perso al tie-break, è vero, ma le altre partite siamo riusciti a vincerle conservando il primato in classifica. Credo che qualunque altra squadra, in qualunque categoria, avrebbe ceduto di schianto e non sarebbe uscita indenne da un periodo così travagliato. Noi no. Siamo rimasti in testa alla classifica.
Quello è stato il momento più difficile del campionato?
Quello è stato un momento difficile, che abbiamo superato bene. Ma il momento delicato arriva adesso. Sabato si decide tutto.
Cosa non ti piace di questa Palafiom?
Mi collego a quello che ho appena detto. Non mi piace un problema oggettivo di natura sanitaria: non c’è stata costanza negli allenamenti; raramente ho avuto tutte le atlete a disposizione e questo finisce con il condizionare il gioco in partita. 
Qual è il tuo rapporto con il presidente? Marco Urago, oltre che appassionato, è anche molto competente; rispetta il tuo ruolo o tende a volte a sostituirsi all’allenatore?
E’ un rapporto splendido basato su una grande collaborazione. Io ascolto lui, lui ascolta me; si parla di tutto, si decide insieme pur nell’assoluto rispetto delle proprie competenze. Ma al di là dei ruoli e del rispetto, c’è un grande rapporto di amicizia che affonda nel tempo. Lui – voglio anche precisare - è diventato presidente della Palafiom prima di diventare direttore generale dell’ASL.
Qual è l’ex-giocatrice della Palafiom che ti manca di più? Parliamo in termini affettivi, non tecnici.
Marcella, certamente.
Il prossimo obiettivo di Marcello Presta:
Vincere a Tuglie, dove in una partita secca ci giochiamo un intero campionato. Chi è più forte vince e non ci sono alibi per nessuno; dobbiamo tirare fuori le palle. Noi dobbiamo andare in B2.





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